Indagine su un lutto in Afghanistan

Ieri due soldati italiani sono stati uccisi e altri due sono stati feriti dall’esplosione di una mina stradale mentre viaggiavano a bordo di un veicolo blindato Lince. L’attacco è avvenuto sulla strada che porta a Bala Murghab, un avamposto presidiato dagli italiani – ora ci sono gli alpini della Brigata Taurinense – nell’ovest del paese. Il convoglio su cui viaggiavano Massimiliano Ragadù e Luigi Pascazio era così grande, centotrenta veicoli, da attirare ineluttabilmente l’attenzione dei guerriglieri.
17 MAG 10
Ultimo aggiornamento: 20:39 | 17 AGO 20
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Con le due morti di ieri, il numero delle perdite italiane in Afghanistan sale a 24. Non è un numero alto, paragonato a quello degli altri contingenti. I canadesi schierano più o meno lo stesso numero di soldati, ma nell’area violentissima di Kandahar, la città santa dei talebani, e hanno subìto 144 morti. I danesi piangono 31 morti e hanno un contingente di settecente uomini, quattro volte più piccolo di quello inviato dall’Italia. Gli inglesi schierano tre volte più soldati di noi, ma hanno subito dieci volte le nostre perdite, combattendo furiosamente a sud, attorno al fiume Helmand.
La zona ovest sotto responsabilità italiana al confine con l’Iran è di importanza cruciale, ma da quelle parti la presenza dei pashtun che sono l’etnia-serbatoio di uomini per i talebani è più debole e di conseguenza è più debole anche la guerriglia.
Per questo il contingente non si è ancora trovato in mezzo a combattimenti prolungati, come se fosse leggermente decentrato rispetto alla guerra combattuta da americani e inglesi. Gli scontri tra italiani e talebani sono stati intensi, in alcuni casi battaglie durate per ore, ma non c’è la stessa frequenza che occorre in altre aree. Anche gli attacchi con le trappole esplosive piazzate sulle strade, l’arma preferita dai talebani che provoca il maggior numero di morti e feriti tra le truppe occidentali, sono più rari. L’attentato di ieri costato la vita a due italiani è avvenuto nella provincia di Badghis, al confine nord con il Turkmenistan, dove finora avevano perso la vita altri 20 militari alleati. Nell’altra grande provincia assegnata al contingente, Farah, i morti sono finora 34. Giù a Helmand, la zona dove la coltivazione di oppio è più forte, e i pashtun sono padroni del territorio, per di più vicino al confine sud con il Pakistan, i morti sono 455. A Kandahar 255. Più a est, tra le vallate di Kunar, dove ci sono pochi abitanti ma il territorio impervio rende difficili gli spostamenti, i morti sono 153.
Le cose potrebbero cambiare, forse sono già cambiate, come indica la tragedia di ieri. Ogni anno, al ritorno della primavera, dopo il rallentamento nei combattimenti dovuto al freddo, la mappa della violenza afghana è diversa. Nel 2006 i talebani hanno fatto il loro vero ritorno dopo la disfatta del 2001 e si sono consolidati come nemico temibile. Da allora, hanno continuato a espandersi verso nord e verso ovest. Le grandi operazioni americane nel sud del paese contribuiscono, con la loro pressione, a farli risalire nel resto del paese. L’Afghanistan subisce la tendenza irreversibile a diventare omogeneo nel livello di violenza in tutte le sue parti e quest’estate potrebbe essere più dura di quelle precedenti per i soldati italiani. Ieri il premier Silvio Berlusconi ha detto che “la missione è fondamentale per la pace”, ma ha dovuto anche incassare malumori interni al governo, da parte leghista. Il governo sarebbe capace di reggere se il nostro contingente subisse un livello di violenza pari a quello degli altri?